Il Senato del Presidente

“Giornali e Tv parlano, con una certa enfasi, di “approvazione della riforma del Senato e del Titolo V”, in realtà si tratta solo del primissimo passo: l’approvazione in Commissione, dopo di che il ddl deve andare in aula (dove le cose non sono scontatissime), per passare alla Camera, quindi, dopo tre mesi, deve tornare al Senato, per poi tornare alla Camera nuovamente. Sempre che fra un passaggio e l’altro non ci scappi qualche emendamento che fa ricominciare il giro. E non è affatto escluso che non si debba tenere un referendum confermativo, visto che appare poco probabile una maggioranza dei due terzi in entrami i rami del parlamento alla votazione finale. Insomma la strada è ancora lunga. Però è fatto il primo passo, quello più importante, che definisce l’accordo Pd-Fi-Lega con il codino del Ncd (che non si capisce perché voti una cosa del genere da cui ha tutto da perdere e nulla da guadagnare). Lasciando da parte la questione del Titolo V, su cui torneremo con una riflessione specifica, la riforma prevede questi punti.
Il Senato sarà composto da 95 componenti eletti dai Consigli Regionali, più cinque nominati dal Capo dello Stato e che resteranno in carica per 7 anni. Avrà competenza legislativa decisionale sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali, mentre, sulle leggi ordinarie potrà chiederne la modifica alla Camera che, però, non sarà obbligata tenerne conto, con l’unico limite delle leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, per le quali la Camera potrà respingere la richiesta del Senato solo con voto a maggioranza assoluta. I 95 senatori saranno ripartiti tra le regioni sulla base della popolazione e saranno eletti dai Consigli Regionali con metodo proporzionale (uno per ciascuna Regione dovrà essere un sindaco). I senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica per il quale sarà necessaria la maggioranza del 2/3 sino alla terza votazione (come oggi), del 3/5 nelle successive quattro e della maggioranza assoluta dalla nona in poi (limite assai tenue, visto che basterebbe “mandare in bianco” tutte le votazioni a maggioranza qualificata).
Cambia anche la norma sui Referendum per i quali si richiedono 800.000 firme, con un parere preventivo di ammissibilità, pronunciato dalla Corte Costituzionale dopo le prime 400.000 firme. Poco chiara la norma per la quale i quesiti pur potendo riguardare intere leggi o loro singole parti, dovranno avere “un valore normativo autonomo”. Per le proposte di legge di iniziativa popolare le firme necessarie salgono da 50.000 a 250.000, ma i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame.
Prime osservazioni: si conferma il disegno di sommare ad una Camera eletta senza preferenze, un Senato con legittimazione di secondo grado, il che già indica un regresso del livello di incidenza popolare sul processo decisionale. Tuttavia, la norma, per cui il parere del Senato sarà sostanzialmente ininfluente sulla legislazione ordinaria, lo definisce come un ente inutile che la Camera ignorerà sistematicamente: anche la maggioranza assoluta richiesta per respingere le richieste di revisione su leggi di interesse del rapporto Stato-regioni non è un limite reale alla volontà della Camera, perché è piuttosto difficile che una legge sia passata senza una precedente maggioranza assoluta e, comunque, la composizione maggioritaria dell’organo (con 354 seggi in mano alla maggioranza di governo) mette al sicuro da ripensamenti di sorta.
Quello che, invece, definisce come dannoso questo nuovo Senato è la piena potestà legislativa sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali. In concreto, se la maggioranza del Senato (cioè dei consigli regionali) sarà dello stesso colore di quella della Camera, farà passare tutto senza fiatare, se, al contrario, prevarrà il colore opposto, realisticamente assisteremo ad un braccio di ferro ostruzionistico fra un contendente con legittimazione di primo grado e l’altro di secondo.
In questo quadro, un peso notevole lo avranno i 5 senatori di nomina presidenziale che, sin qui rappresentavano l’1,5% dell’assemblea, mentre nel nuovo Senato peseranno per il 5,2%, che non è poco. Non ci vuole la zingara per indovinare che le nomine presidenziali dei senatori saranno sempre più “politicizzate” e monocolori, determinando la nascita di un piccolo “partito del Presidente” istituzionalmente tale. Quel che asseconda la tendenza già in atto di un Presidente sempre più interventista e sempre meno “arbitro neutrale”. E questo avrà il suo peso in particolare nei dibattiti di riforma costituzionale.
Le conseguenze più pericolose riguardano l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Sinora la composizione del collegio elettorale per il Capo dello Stato prevedeva 630 deputati, 320 Senatori (315+ quelli a vita, lasciando da parte gli ex Presidenti) e 58 consiglieri regionali, per un totale di 1.008 grandi elettori, per cui la maggioranza assoluta era di 505. Già l’introduzione del maggioritario ha sbilanciato fortemente la partita a favore della maggioranza governativa, quello che, però, trovava un limitato contrappeso nel Senato eletto “su base regionale”, per cui la maggioranza di governo era sempre più risicata che alla Camera e nei 58 consiglieri regionali che, pure, non erano necessariamente dello stesso colore della maggioranza governativa.
Nel nuovo Parlamento in seduta comune, che in totale conterebbe 725 membri (non ci sarebbero più i 58 rappresentanti delle regioni ed i senatori sarebbero fortemente ridotti) la maggioranza sarebbe di 363 voti; considerando che con l’Italicum la coalizione di maggioranza disporrebbe già di 354 seggi alla Camera, questo significa che, con il voto di 9 senatori su 95, potrebbe eleggersi il Presidente da sola (e con questo acquisirebbe ulteriori 5 voti nel Senato). Ovviamente, a condizione che il gruppo parlamentare di maggioranza resti compatto e non si decomponga come è successo al Pd nel 2013. Dunque, l’elezione del Presidente sarebbe decisa sostanzialmente da una maggioranza che, con ogni probabilità, rappresenterebbe solo una minoranza degli elettori. Ancora peggio per quel che riguarda i giudici costituzionali, dove, sulla carta, ad una maggioranza di governo d’accordo con il Presidente, basterebbero solo 4 senatori per prendersi tutti i 5 giudici, che andrebbero ad affiancarsi ai 5 di nomina presidenziale. E con 10 giudici bloccati su 15, facciamo dire alla Costituzione tutto quello che ci piace.
Ancora meno tranquilli lascia il fatto che nulla si dica sulla messa in stato d’accusa del Presidente: stando alla lettera del testo costituzionale che resterebbe dopo la riforma, i senatori parteciperebbero come sempre alla seduta del Parlamento in seduta comune che dovrebbe deciderlo ed, ancora una volta, alla maggioranza di governo basterebbero pochissimi voti (in questo caso 9 di provenienza regionale, visto che sarebbe molto improbabile un voto contrario al Presidente da parte di uno dei suoi 5 senatori) per decidere il deferimento del Presidente di fronte all’Alta Corte di Giustizia. Dunque, tutto spinge verso una “diarchia imperfetta” fra Palazzo Chigi ed il Quirinale.
Di fatto, questa riforma, disegna una diarchia imperfetta ma consegna nelle mani della maggioranza governativa non solo Palazzo Chigi, ma anche le due principali istituzioni di controllo e garanzia: Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale (ed ha riflessi anche per il Csm). Il che mi pare abbastanza per dire che si avvia un processo di regime.
Non sono mai stato un presidenzialista ed ho sempre sostenuto la forma di governo parlamentare, ma di fronte a questa architettura di potere, constato che sarebbe meglio, decisamente molto meglio, una repubblica presidenziale, magari temperata da un Parlamento eletto con sistema proporzionale.
E tutto questo, con norme che rendono sempre più difficile l’esercizio di quei pur limitati strumenti di partecipazione popolare diretta (referendum e proposte di legge di iniziativa popolare, ma sul punto torneremo). Nessun ordinamento costituzionale nel mondo democratico contiene un combinato disposto così micidiale. Siamo ancora in tempo a fermare tutto.” Aldo Giannuli

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