Perchè la Gran Bretagna non ha voluto l’euro… e Prodi invece si!

Oggi ci occupiamo del Regno Unito, una nazione che, nelle intenzioni di Sir Winston Churchill, tutto aveva intenzione di fare fuorché cedere sovranità alla neonata UE, della quale intendeva diventare però un buon partner commerciale.

“Great Britain, the British Commonwealth of Nations, mighty America and, I trust, Soviet Union—for then indeed all would be well—must be the friends and sponsors of the new Europe and must champion its right to live and shine. Therefore I say to you: let Europe arise!”

(Winston Churchill – 19 Settembre 1946 – Zurigo)

Cerchiamo allora di comprendere:

–         come mai l’UK si sia tenuta la propria moneta sovrana (le vere motivazioni di fondo);

–         l’analogia tra le motivazioni suddette e l’attuale situazione italiana;

–         le basi che potrebbero portare l’isola ad un’uscita completa dalla UE (Brexit).

UK ha la sesta economia mondiale (terza europea).  Negli ultimi 25 anni la struttura produttiva ha visto ridurre la presenza pubblica e ridimensionare il peso del manufatturiero sul PIL a favore dei servizi (a maggior valore aggiunto). L’economia, cioè, si era preparata, piano piano, alla fusione con quella continentale (produttività e valore aggiunto), ma ad un certo punto avvenne qualcosa di strano. Un politico prese una saggia decisione.

Il 30 ottobre del 1997 Gordon Brown dichiarò che il Regno Unito non avrebbe adottato l’euro come moneta per la propria economia.

Come mai? Cosa accadde?

Semplicemente che il Ministero del Tesoro, in quell’occasione, rese pubblico lo studio “The five economic tests” dal quale risultava chiaramente che l’economia UE e quella del Regno Unito non erano convergenti e che economia del paese non era flessibile.

La presenza di questi due elementi fece dedurre che l’unione monetaria non avrebbe garantito né maggiore crescita, né maggiori investimenti! Quindi, nessun maggior lavoro.

Nel 2002-2003, il nuovo parlamento inglese rifece l’analisi parametrandosi sulle economie in Eurozona e sulla BCE. Nacque un corposo screening ove i suddetti problemi risultavano irrisolti:

  • insufficiente convergenza tra le economia (specialmente nell’abitativo)
    • prezzi UK più in linea con stipendi e consumi rispetto all’Eurozona;
    • forte sensibilità degli investitori inglesi al tasso d’interesse (pertanto non delegabile a Banca Centrale non autoctona);
    • forte propensione alla proprietà della casa rispetto al vivere in affitto (con buona pace per la mobilità dei lavoratori tra aree geografiche differenti….TESORO ITALIANO….PER NOI NON ERA LA STESSA COSA?)
  • e assenza di un sufficiente livello di flessibilità…..
    • Nel mercato del lavoro (capacità di passare da un impiego all’altro e da un luogo all’altro, per i quali servono competenze e facilità di assunzione);
    • e dei beni  (possibilità di adeguamento rapido dei prezzi dei beni in caso di shock).

La convergenza

Il parametro più importante era il tasso d’interesse a breve: nel 1997 il differenziale era 4 punti percentuali, nel 2003 solo 1,25% (posizioni quindi ravvicinate);

Altro parametro era la crescita del pil: sia nel 1997 che nel 2003 si prevedeva una crescita superiore di un punto percentuale rispetto a Germania, Francia e Italia.

Terzo parametro era l’output gap: in questo caso la situazione era negativa per entrambi, con previsione di rapido ritorno allo “0” (equilibrio); trattandosi di previsioni, se non si fossero verificate un unico tasso d’interesse avrebbe sfavorito la ripresa in una delle due economie (vi ricordate l’articolo di lunedi sull’inutilità della BCE causa Taylor Rule?…..bene, loro furono preveggenti da questo punto di vista).

Ultimo parametro l’inflazione: in questo caso il Regno Unito aveva un’inflazione più alta nel 1997 ma con previsioni di miglioramento rispetto all’eurozona che, mediamente, avrebbe avuto tassi maggiori (tranne la Germania).

Tutti questi parametri fecero dire al Ministero del Tesoro inglese che l’euro non era adatto alla sua economia.

Modelli troppo differenti di economia richiedono differenti risposte (e diverse tempistiche) per fronteggiare gli shock che nel medio-lungo periodo si verificano sempre e comunque!

E il rischio maggiore è che le decisioni prese dalla BCE per tutta l’eurozona possano non esser allineate con il bisogno di una zona, determinando, di fatto, una colossale divergenza tra le economie del continente!

Ancora una volta, si richiamano la Taylor Rule e l’impossibilità operativa di Mario Draghi di fronteggiare la crisi con strumenti adeguati.

La flessibilità

E’ la capacità di adeguarsi ai mutamenti (tecnologie, shock o altro) tempestivamente ed efficacemente, salvaguardando l’equità sociale. Un’alta flessibilità consente di ridurre i costi sociali da perdita di fabbriche e di posti di lavoro. Una bassa flessibilità, invece, massimizza i medesimi.

Gordon Brown e i suoi tecnici reputarono bassa la loro flessibilità per cui anche qualora le convergenze vi fossero state, non sarebbero state durevoli!

Ancora una volta, la principale voce di riferimento era il mercato del lavoro e dei beni! La paura maggiore era la perdita di quote di commercio estero con conseguente disoccupazione interna.

Il tutto causato dalla rigidità di industrie e mercato del lavoro e dal non potendo agire né sul tasso d’interesse (per stimolare la ripresa grazie al meccanismo noto della Taylor rule) né sul tasso di cambio (svalutando).

In caso di shock e di economie perfettamente integrate, l’azione della BCE equivarrebbe all’azione della BoE. In caso di economienon integrate il rischio di una risposta inefficace per l’UK, piuttosto che per, un altro era altissimo!

I due strumenti sopra indicati, agendo simultaneamente, potrebbero garantire che l’inflazione viaggi al livello preventivato e che l’output gap sia zero (Pil effettivo in linea con il Pil Potenziale).

Gordon Brown sapeva benissimo che, per stabilizzare il Pil Effettivo sul livello del Pil Potenziale, entrando nell’eurozona e perdendo contemporaneamente la leva del cambio e del tasso d’interesse, rimaneva solo la flessibilità dei salari!

E gli Investimenti?

Gli investimenti sono la base della produttività di lungo periodo (per il breve si lavora con la TFP). Chiaramente, la mancanza di flessibilità compromette gli investimenti interni (che risulteranno non remunerativi). Di conseguenza Gordon Brown capì che l’euro avrebbe scoraggiato gli investimenti autoctoni (degli Inglesi) e favorito la deindustrializzazione. Chiaramente il premier era consapevole che il permanere di una propria valuta (soggetta al rischio di tassi di cambio) avrebbe creato potenziali barriere all’arrivo massiccio di IDE!

Quindi?

Visto che i mercati finanziari (la City) erano comunque attrattivi anche senza entrare nell’Eurozona, Gordon Brown decise di restare fuori dall’EZ.

E oggi cosa accade?

Oggi gli inglesi pensano di dedicargli una statua in una delle piazze di Londra di maggior prestigio!

Ma com’è caratterizzata oggi l’economia del Regno Unito?

I vari macrosettori pesano come di seguito riportato:

Agricoltura 0,7 % (altamente meccanizzata ed efficiente);

Industria 21,5% (per il 95% sono  piccole e medie imprese, 3 soli grandi distretti industriali, Birmingham per l’automobile, Cambridge per le biotecnologie; Scozia per l’elettronica);

Servizi 77,8% (banche e assicurazioni).

Nonostante possieda vasti giacimenti di  carbone, gas ed idrocarburi, il Regno Unito è un importatore netto di energia.

Primeggia comunque nelle classifiche internazionali degli investimenti esteri diretti accumulati.

La politica economica del Regno Unito continua a restare molto incerta:

–         bassissimo tasso di sconto

–         alto deficit fiscale (2009=11,4%).

Il Governo britannico cerca di spendere per inseguire la ripresa economica. Dal 2008 sono cresciute le uscite (per il salvataggio bancario) e calate le entrate tributarie (causa contrazione del settore immobilare e finanziario). Per tale motivo, nel marzo 2010 il Governo conservatore-liberale ha approvato un piano quinquennale di tagli alla spesa (73%) e di incremento delle entrate per azzerare il deficit entro il 2014 e portare il debito al 67,4% del PIL entro il 2015. Successivamente – causa perdurare della crisi economica – il piano ha subito cambiamenti e il raggiungimento degli obiettivi fiscali significativi sono stati spostati ad oltre il 2018.

Nel 2012 il deficit pubblico e’ stato del -8.2 % del PIL e si prevede che cali al -7.9% nel 2013 fino ad arrivare al -5.5% nel 2017.

DEFICIT

 

Il debito pubblico era di 1.347,4 miliardi di sterline alla fine del 2012, l’88,7 % del pil)  ed e’ previsto crescere al 93,7% del pil nel 2013.

La serietà della politica fiscale e il massiccio intervento della Bank of England (proprietaria di circa un terzo dei titoli di debito pubblico),  hanno permesso al paese di continuare a finanziarsi a costi molto contenuti.

Interessante è verificare lo strano caso di Spagna e UK (come lo ha chiamato il FMI):

SPAGNA E UK 1

 

SPAGNA E UK 2

 

Non avere una moneta sovrana, ha generato il rischio di liquidità perché non si ha più dietro una banca centrale capace di effettuare dei Q.E. tali da contenere la salita degli spread!

Secondo le stime della Bank of England, l’economia britannica dovrebbe crescere dello 0,5% nel secondo trimestre 2013, un dato che consolida la crescita dello 0,3% del primo trimestre e che dovrebbe portare la crescita annuale 2013 oltre l’1%.

PIL

 

L’inflazione, al momento 2,8 %, è in diminuzione e dovrebbe continuare a scendere fin oltre la soglia prefissata del 2%.

L’obiettivo 2% (target) è considerato un buon livello di inflazione ancora capace di sostenere l’economia. Come cerca di ottenere questo risultato la Bank of England?

E qui ritorno all’articolo di Lunedi, “Eurofollia: l’inutilità di Draghi e della BCE (one size doesn’t fit all)

In genere, l’azione avviene tramite manipolazione dei tassi d’interesse. Se l’inflazione cala, magari sotto il target definito, si provvede con un taglio del tasso di sconto sì che il denaro costi meno e possa incentivare l’economia a crescere.

Ma quando il tasso è già troppo basso, dato che non può diventare negativo, allora ecco che resta un’unica arma alla Banca Centrale e per una volta usiamo direttamente le parole della BoE:

“So if they are almost at zero, and there is still a significant risk of very low inflation, the Bank can increase the quantity of money – in other words, inject money directly into the economy. That process is sometimes known as ‘quantitative easing”.

Accidenti, ma Mr. Mario Draghi proprio l’altro ieri non parlava invece di “tassi negativi”? Ma come? Ma se la BoE sostiene invece che non esistono tassi negativi e non servono e servono invece Q.E.! Ma allora, la BCE a cosa serve?

Per Bank of England, l’offerta di moneta deve:

– continuare a crescere ad un tasso costante;

– tenere il passo con l’espansione dell’economia,

– garantire che l’inflazione resti vicino al 2% l’obiettivo del governo.

Quando il mercato del credito aziendali si bloccò verso la fine del 2008, la Banca d’Inghilterra acquistò il debito del settore privato sbloccando i mercati del credito aziendali e rassicurando i mercati presentandosi come acquirente pronto qualora qualcuno desiderava vendere! Questo contribuì a buttare giù il costo del denaro, facilitando l’accesso a denaro meno costoso da parte dei privati.

La BoE sostenne alla grande la propria economia, impegnando a gestire un’inflazione stabile, tagliando i tassi e facendo quantitative easing per combatter la deflazione. Tutto ciò ha fornito all’economia un notevole impulso e ridotto i danni da inflazione al di sotto del target del 2%!

Ma per fare questo la Banca ha avuto bisogno di iniettare direttamente “money” nell’economia intervenendo direttamente anche sul privato.

E qual è il risultato di un tale operato?

Secondo l’Office for National Statistics, il tasso di disoccupazione per il primo trimestre 2013 è al 7.8 %, noi siamo oltre il 12%!

Ora, la politica economica del Governo attuale è intervenire (vediamo se indovinate?) bilanciando il sistema produttivo britannico: spostamento dal consumo finanziato da debito pubblico e privato (e dalle rendite finanziarie) verso investimenti privati, produzione industriale ed export.

Però nel complesso, i numeri hanno premiato la classe dirigente anglosassone.

Indicatore

2010

2011

2012

2013

PIL Nominale (mln €)

1.710

1.749

1.969

2.002

Variazione del PIL reale (%)

1,8

0,9

-0,1

0,5

Popolazione (mln)

62,3

62,7

63,1

63,6

PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto ($)

35.743

35.725

36.051

36.786

Disoccupazione (%)

7,8

8,1

8

8,2

Debito pubblico (% PIL)

79,4

85

90,4

94

Inflazione (%)

3,3

4,5

2,9

3,2

Variazione del volume delle importazioni di beni e servizi (%)

7,9

0,5

1,6

1

Fonte: dati IMF.

 

Quindi, come vediamo, aver preservato la propria industria ed averla tenuta al riparo dagli shock della domanda aggregata (per il tramite del cambio, del tasso d’interesse e dei Quantitative Easing) ha consentito agli inglesi:

–         di avere tassi di crescita del Pil migliori rispetto a quelli, ad esempio, dell’Italia che pure in termini di allineamento dei fondamentali macroeconomici alla UE era decisamente messa meglio;

–         di essere al riparo dalla corsa dello spread sul Bund tedesco (vedi slide FMI)

Memore del lavoro di Gordon Brown  e dei suoi successi, chi si affaccia ora nel Regno Unito alla ricerca di una nuova statua per una piazza altrettanto importante? Nigel Farage e il suo Ukip.

brexit3

Il 5 novembre 2013 esce un articolo su “Globality Studies Journal” dal titolo: UKIP WANTS BREXIT.

Brexit è un neologismo che indica la via inglese per l’uscita dalla UE e dalle sue follie antidemocratiche.

Un “nuovo assetto” inglese verso l’europa richiederebbe l’apertura di negoziati sulla modifica dei Trattati. In assenza di un negoziato sui Trattati è difficile immaginare il poter riportare in patria le competenze comunitarie. Eppure il partito di Cameron spinge! Se alle elezioni politiche del 2015 i conservatori dovessero ottenere una larga maggioranza, Cameron non potrà che proporre le leggi necessarie a tenere un referendum entro la metà del 2017, cercando al contempo di avviare i negoziati verso il nuovo assetto nei rapporti tra Londra e Bruxelles.

Il Regno Unito è già stabilmente fuori dall’Eurozona e, assieme alla Repubblica Ceca, non ha neanche sottoscritto il Fiscal compact, eppure gode dei vantaggi dallo scambio con i paesi EZ. Per questo motivo, pur affermando che una riforma dei rapporti eurobritannici sia necessaria per proteggere la City, il Mercato Unico viene percepitco come apportatore di benefici (della membership) superiori ai costi».

Per tali motivi, il Regno Unito si troverà probabilmente a scegliere tra tre potenziali alternative.

A)    Rinegoziare le condizioni di permanenza nell’UE;

B)     Lasciare l’UE per l’EFTA (alla Norvegese);

C)    Stipulare un accordo di libero scambio con l’UE (alla Svizzera).

Ma cosa ne pensa Mister Farage?

anti-eu_ukip_election_win_nigel_farage

Farage e l’intero UKIP, liberali e conservatori tutto tagli alle tasse, al deficit e riforma del welfare (ricorda tanto qualcuno di casa nostra no?) si considerano “patriottici” e sono persone profondamente euroscettiche (guarda caso, due terzi dei conservatori magicamente, per non trovarsi spiazzati alle prossime elezioni, si sono scoperti improvvisamente euroscettici come l’UKIP).

Ma perché l’UKIP è così euroscettico?

Secondo quanto riporta il Global Studies Journal, la loro decisione per l’uscita anche dalla UE è legata al ritorno al semplice stile di vita dell’isola, così come era antecedentemente la costituzione dell’unione europea!

Il problema è che che questo sogno dell’Old British, pare stia facendo breccia tra tutti i conservatori (ben due terzi di essi hanno compreso che conviene loro non farsi trovare impreparati alle prossime elezioni), meno tra i labouristi.

London, Farringdon Road 1900's

Questo smarcarsi da “la più grande follia dell’era moderna” (Margaret Tatcher) non vi sembra un film attualmente in programmazione nelle sale dei nostri cinema?

“La Germania si ritroverà la sua naturale fobia dell’Inflazione, mentre l’euro risulterà fatale per i paesi più poveri perché devasterà le loro economie inefficienti”

(Margaret Tatcher – autobiografia 1993)

Desiderando chiudere con una semplice osservazione, mi chiedo “ma se i Dirigenti Anglosassoni capirono quanto devastante sarebbe stato l’Euro per le economie inefficienti, per dirla alla Tacher, possibile che i nostri non sapevano quello che sarebbe successo nel breve volgere di un decennio?”.

A voi la risposta cari amici miei.

Maurizio Gustinicchi

Fonte:

http://scenarieconomici.it/perche-luk-non-e-entrato-nelleuro-quantitative-easing-e-brexit/

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