Le famiglie italiane sono al collasso

Nella prima fase della crisi abbiamo avuto due grossi ammortizzatori sociali che hanno operato in modo che la crisi non avesse conseguenze più devastanti e che hanno funzionato. Il primo è stato la cassa integrazione che ha protetto soprattutto i capifamiglia, il secondo, informale, è stato la famiglia che ha protetto in particolare i giovani che vivevano al suo interno. Ma con il proseguire della crisi le famiglie sono in difficoltà profonda e non riescono più a svolgere questo ruolo di ammortizzatore sociale” Linda Laura Sabbadini, Direttore del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali, Istat – Istituto Nazionale di Statistica

“Sono Linda Laura Sabbadini e sono Direttore del dipartimento sociale e ambientale dell’Istat. Mi occupo della raccolta dati, dell’elaborazione delle analisi di tutti gli aspetti che hanno a che fare con il sociale, la qualità della vita, le condizioni di vita delle famiglie e lo stato dell’ambiente. La crisi che stiamo attraversando è stata ed è ancora una crisi profonda. Il calo di occupati è cospicuo: fino al 2012 ci sono stati circa mezzo milione di occupati in meno. La crisi è stata profonda perché non ha risparmiato nessuno, ha colpito il nord come il sud, ha toccato segmenti di popolazione che già vivevano condizioni difficili ma anche chi si trovava in situazioni reddituali più favorevoli. Profonda anche per la sua durata, le crisi cui abbiamo assistito precedentemente sono state generalmente più brevi, basta pensare a quella dell’inizio degli anni ’90, gravissima ma circoscritta. La combinazione di questi tre aspetti è ciò che caratterizza la crisi che stiamo vivendo e che la rende particolarmente preoccupante.
Gli effetti che sta producendo sul mercato del lavoro e sulle condizioni di vita delle famiglie sono particolarmente acuti. C’è stato un processo di ricomposizione strutturale tra le categorie degli occupati. È cambiata, infatti, la composizione per età dell’occupazione: la componente degli ultracinquantenni è cresciuta – anche per effetto della normativa sulle pensioni che ha spostato in avanti l’età dell’uscita e allungato così la permanenza sul posto di lavoro di molti – ed è diminuito il peso sia dei giovani che dei 30-49enni. La composizione si sta modificando anche per tipologie di contratti. A partire dal 2008 c’è stata, per esempio, una polarizzazione tra le varie forme contrattuali perché l’occupazione cosiddetta standard – quella a tempo indeterminato e a tempo pieno – è diminuita di circa 950 mila unità e, al contempo, è cresciuta l’occupazione part-time. Di questa però è quasi esclusivamente la componente involontaria ad aumentare. Si tratta cioè di impieghi a orario ridotto accettati in mancanza di un lavoro a tempo pieno. La diffusione del tempo parziale non è legata a scelte dei lavoratori e non si espande per conciliare i tempi di vita, come avviene in molti altri paesi. Al contrario, si configura di più come strumento di flessibilità al quale ricorrono le imprese. Per esempio nella grande distribuzione, dove ci sono esigenze particolari di orari e turni, viene utilizzato per ottenere tempi di apertura più lunghi. Aumentano perciò i contratti part-time, in molti casi combinati anche con l’elemento del tempo determinato. Accanto alla ricomposizione per fasce di età e per tipologia contrattuale si è aggiunta anche quella per tipo di professione. Sono aumentate le professioni di tipo manuale e sono diminuite, invece, quelle tecniche. Quindi anche sotto questo aspetto c’è stato un depauperamento della situazione degli occupati.
Veniamo ora alla crescita della disoccupazione avvenuta dal 2008. Nella prima fase della crisi questa crescita non era accentuata come la stiamo osservando adesso. È aumentata di intensità soprattutto dalla seconda metà del 2011. Siamo arrivati a più di 3 milioni di disoccupati, cioè di persone che cercano attivamente lavoro , ovviamente l’incremento è stato maggiore nel Sud dove già si partiva da livelli più alti. Parallelamente all’aumento della disoccupazione, c’è anche stata l’ampliarsi di un segmento di popolazione che è molto vicino alla disoccupazione. Si tratta di quelle persone che vorrebbero lavorare, ma che non hanno fatto azioni concrete di ricerca e, dunque, sono rimaste inattive in parte perché scoraggiate, forse in risposta a una situazione talmente critica da far pensare che non fosse possibile trovare un posto di lavoro. Sono aumentati contemporaneamente sia i disoccupati, sia gli scoraggiati. Nel mese di agosto abbiamo raggiunto il 12,2% di tasso di disoccupazione generale, il 40,1% per la prima volta di tasso di disoccupazione giovanile in Italia, questi dati però si accompagnano anche a un dato sul tasso di occupazione al 55,8% che benché sia al minimo è stabile da 5 mesi. La seconda metà del 2012 e i primissimi mesi del 2013 hanno visto un calo di occupazione importante, che resta ora stabile. La disoccupazione cresce molto perché le persone sono portate più a cercare attivamente lavoro in questo momento di crisi perché ne hanno bisogno. Le persone hanno cominciato a cercare attivamente lavoro più che in passato e così siamo passati da una situazione in cui il tasso di disoccupazione italiano era più basso di quello europeo, a una in cui, invece, il nostro tasso è divenuto più alto in media di quello europeo. Nell’ambito di questa crisi, in una prima fase abbiamo avuto due grossi ammortizzatori sociali che hanno operato in modo che la crisi non avesse conseguenze più devastanti e che hanno funzionato. Il primo, formale, è stato la cassa integrazione che ha protetto soprattutto i capifamiglia, il secondo, informale, è stato la famiglia che ha protetto in particolare i giovani che vivevano al suo interno. I giovani sono stati il segmento più colpito da questa crisi, ma la maggior parte di quelli che hanno perso il lavoro, viveva ancora all’interno della propria famiglia di origine che se ne è fatta carico e un po’ ha tamponato gli effetti sociali di questa crisi. Infatti, se si fosse trattato di giovani già usciti dalla famiglia di origine e con una propria famiglia autonoma, sarebbero ricaduti con maggiore probabilità nelle fasce di povertà. Ma con il proseguire della crisi le famiglie sono in difficoltà profonda e non riescono più a svolgere questo ruolo di ammortizzatore sociale. Se consideriamo i giovani fino a 29 anni è calato il tasso di occupazione di 7 punti percentuali, e sono stati più colpiti quelli meno istruiti, quelli con la laurea se la sono cavata meglio. La laurea ha costituito una protezione dagli effetti della crisi: anche se magari i giovani con la laurea non sempre riescono a svolgere il lavoro che vorrebbero, comunque sono meno espulsi dal mercato del lavoro. Dal punto di vista territoriale la crisi ha colpito tutti. Gli stranieri sono un altro segmento molto penalizzato, tenete conto che hanno perso 6,5 punti di tasso di occupazione e addirittura arriviamo a un calo di 10 punti se si considerano i soli maschi.
In generale la componente maschile dell’occupazione è stata più colpita perché concentrata nell’industria e nelle costruzioni che sono i due settori maggiormente interessati dalla crisi. I motivi per cui le donne hanno tenuto meglio oltre alla maggiore presenza nei servizi sono stati fondamentalmente tre: 1) il numero di straniere occupate sta continuando a crescere perché inserite non nell’industria ma nei servizi alle famiglie trainati dalla domanda legata a un bisogno che è diventato ormai incomprimibile, quello dell’assistenza agli anziani non autosufficienti; 2) sono aumentate le ultracinquantenni, perché per effetto delle riforme pensionistiche permangono più a lungo nel posto di lavoro; e 3) perché donne di stato sociale basso, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno ricominciato a cercare lavoro per tamponare gli effetti della perdita del lavoro del proprio compagno e adattandosi l’hanno trovato.” Linda Laura Sabbadini

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