Quando vi dicono che la crisi è finita, cominciate a preoccuparvi

di GIOVANNI BIRINDELLI

Da anni i politici cercano di mantenere calmo il gregge sempre più affamato ripetendo in continuazione che la fine della crisi è vicina. La risposta classica a questa presa in giro dei cittadini da parte del potere politico è che tali ‘previsioni’, per quanto ‘autorevoli’ fossero, sono sempre state smentite dai fatti. Esiste una risposta diversa fornita dalla Scuola Austriaca di economia: in una situazione di interventismo economico e politico da parte dello Stato (interventismo che in Italia ha continuato a espandersi per decenni ed è oggi arrivato vicino al suo limite fisico), eventuali segnali di miglioramento economico sarebbero paradossalmente una pessima notizia per l’economia e per le prospettive economiche delle persone.

A prima vista questa può sembrare una provocazione di cattivo gusto, soprattutto pensando a coloro che sono maggiormente esposti alle conseguenze dell’attuale crisi, come i disoccupati o gli imprenditori che sono costretti a chiudere, a emigrare o peggio. Eppure, se riusciamo a evitare l’errore di molti di coloro che (nella loro veste di elettori, politici o sedicenti ‘economisti’) ci hanno portato alla crisi, e cioè se evitiamo di sostituire l’emotività o l’interesse di parte e di breve periodo alla logica, capiamo che è così.

In una situazione di interventismo, infatti, per l’economia nel suo complesso la crisi è una cosa positiva: essa è il modo in cui il sistema economico tenta di ripulire se stesso dagli investimenti economicamente non sostenibili indotti dall’interventismo economico dello Stato, cioè dalla redistribuzione delle risorse, dalla spesa pubblica, dai sussidi, dalle tasse, dalle regolamentazioni e soprattutto dalla manipolazione monetaria e del credito.

L’interventismo economico e politico dello Stato ha distorto la struttura produttiva e addirittura il modo di pensare e di agire delle persone, che sta diventando sempre più “difensivo”. Se alla crisi fosse permesso di fare il suo lavoro, cioè se a essa lo Stato non rispondesse con maggiore interventismo ma con l’eliminazione di quest’ultimo, dopo un periodo di inasprimento della crisi si tornerebbe gradualmente a crescere in modo stabile e sostenibile. Il temporaneo inasprimento della crisi sarebbe dovuto al fatto che, avendo l’interventismo economico dello Stato distorto la struttura produttiva, fin quando questa non si sarà riallineata al libero mercato, cioè fin quando quest’ultimo non sarà sufficientemente avanti nel processo di eliminazione degli investimenti economicamente insostenibili indotti dall’interventismo, il fallimento di questi ultimi non avrebbe più argini (basti pensare ai giornali che si reggono in piedi solo grazie alla ‘legge’ sull’editoria, una buona parte dei quali chiuderebbe due minuti dopo un’eventuale eliminazione di quella ‘legge’). Il principio è lo stesso della droga: perché il tossicodipendente smetta di essere tale, eviti la morte e possa tornare ad avere una vita sana e sostenibile, egli deve smettere di drogarsi (deve trovare le sue energie in se stesso, non nella droga) ma questo nel breve periodo significa necessariamente stare peggio, non meglio. Se, partendo da una situazione di tossicodipendenza, il tossicodipendente sta immediatamente meglio (se non ha la crisi d’astinenza) allora è un pessimo segno perché vuol dire che non ha smesso di drogarsi.

Le alternative possibili sono dunque due sole:

  1. continuare con l’interventismo economico dello Stato (la causa della crisi) per tentare di rimandare il più a lungo possibile la resa dei conti, che sarà esponenzialmente sempre più catastrofica: stiamo parlando del collasso del sistema economico con banche chiuse, bancomat spenti, prelievi forzosi sui conti correnti nell’ordine di più della metà del saldo (si veda Cipro), disoccupazione di proporzioni colossali, ecc. La miseria, quella vera.
  2. smettere per sempre (cioè rendere strutturalmente impossibile) l’interventismo economico dello Stato ed essere pronti ad affrontare nel breve periodo un temporaneo inasprimento della crisi.

La seconda alternativa è l’unica via possibile non solo per evitare il disastro, ma per tornare a crescere in modo sano, onesto e sostenibile, senza mai più crisi cicliche.

La totale liberalizzazione[1] di tutti i mercati, da quello del denaro a quello del lavoro, è una condizione necessaria perché il temporaneo inasprimento della crisi prodotto dall’eliminazione dell’interventismo duri il meno possibile e si torni presto a crescere: in questo modo infatti non verrebbe ostacolato il flusso delle risorse e dei lavoratori dagli investimenti economicamente insostenibili indotti dall’interventismo (che prima falliscono e meglio è) ai nuovi investimenti indotti dal libero mercato.

In una “democrazia” totalitaria come la nostra, tuttavia, questa seconda alternativa non è tecnicamente possibile: nello sforzo costante ed economicamente folle, da parte del potere politico che ha bisogno di voti, di mantenere e possibilmente estendere l’attuale distorta struttura produttiva, questo flusso è attualmente impedito e anzi oggi avviene nella direzione opposta grazie a dosi sempre maggiori di interventismo economico dello Stato. Questo avviene perché la nostra struttura istituzionale, essendo basata sul positivismo giuridico (cioè sulla ‘legge’ intesa come provvedimento particolare: come strumento di potere), è stata disegnata in funzione dell’interventismo economico da parte dello Stato, e quindi in funzione delle crisi cicliche e alla fine, necessariamente, della catastrofe.

Per quanto fastidioso questo possa suonare alle orecchie di molte persone ‘concrete’ e avverse alle ‘chiacchiere filosofiche’, l’evitare il disastro e il ritorno alla crescita economica sostenibile dipende in ultima istanza dall’idea filosofica di legge: nelle condizioni attuali, solo quando un numero sufficiente di persone avranno capito che a impoverirle, a distruggere i loro sogni e l’avvenire dei loro figli, è stata l’idea filosofica di legge che ha reso possibile l’interventismo economico da parte dello Stato (un’idea di legge, il positivismo giuridico, a cui esse stesse hanno spesso aderito, per inconsapevolezza e/o perché in casi particolari gli faceva comodo) sarà possibile tornare alla prosperità. In altre parole, solo quando esse avranno capito non solo che la crisi è prodotta dall’interventismo economico da parte dello Stato ma anche che l’unica idea di legge che rende impossibile questo interventismo è la legge intesa come principio generale e astratto, cioè come regola di comportamento individuale valida per tutti (Stato per primo) allo stesso modo (in altre parole come limite al potere), esse potranno scoprire cosa significhi un’economia stabilmente in crescita e il bene che essa fa non solo al portafoglio ma anche allo spirito.

Quando un politico, un ‘economista’ o un ‘tecnico’ affermano che la fine della crisi è vicina, c’è da mettersi le mani nei capelli: come ha detto qualcuno, la luce in fondo al tunnel è quella di un treno.

Tratto da: http://www.movimentolibertario.com

[1] Vista la distorsione che questo termine (insieme a molti altri) ha subito negli ultimi tempi, è purtroppo necessario precisare che, in generale, “liberalizzazione” di un mercato significa eliminazione di qualunque tipo di regolamentazione al di là della legge intesa come principio, cioè come regola generale di comportamento individuale valida per tutti esattamente allo stesso modo. Quindi liberalizzare il mercato del lavoro significa per esempio rendere facile all’imprenditore l’interruzione unilaterale del rapporto di lavoro col dipendente (quindi qualunque ne sia il motivo) tanto quanto lo è per quest’ultimo: in altre parole significa rendere possibile all’imprenditore licenziare su due piedi il lavoratore dipendente. Liberalizzare il mercato del denaro significa, fra le altre cose, abolire il corso forzoso e l’imposizione di una particolare moneta per il pagamento delle tasse (che comunque non possono eccedere quelle necessarie per il finanziamento di uno Stato minimo non arbitrariamente definito). Liberalizzare il mercato degli affitti significa smettere di violare la libertà contrattuale e rendere possibile e scontato l’uso della forza per far uscire un inquilino di casa il minuto dopo che è scaduto il contratto, senza se e senza ma. E così via.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...