COHOUSING.IT Approfondimenti sulla Progettazione Partecipata

Di Giancarlo De Carlo,
Architetto (1919-2005)
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La partecipazione è questione complessa. Ma io continuo a credere che per l’architettura sia una delle vie d’uscita. L’architettura è infatti un modo di comunicazione che tutti, potenzialmente, potrebbero usare; che un tempo tutti usavano.
Nella civiltà contadina la pratica dell’edificare era affidata ai capimastri, o semplicemente ai muratori, però l’idea del come organizzare e dare forma allo spazio era patrimonio comune: chi si faceva costruire la casa sapeva bene quali erano i suoi bisogni e aveva idee precise su come lo spazio doveva essere
organizzato per corrispondere alle sue esigenze pratiche, e di come doveva essere configurato per diventare una sua propria rappresentazione. Molti partecipavano a una cultura diffusa dell’abitare.
La conoscenza architettonica era condivisa e anche chi non era del mestiere possedeva capacità di confrontarsi con i manufatti murari, di osservarne le tessiture, i materiali e le tecniche, di riconoscerne la funzione, di apprezzare le differenze, di stimarne le quantità, la bellezza. Poi la conoscenza è scomparsa e l’architettura è diventata dominio esclusivo dell’architetto: artista, professionista, tecnico specializzato, secondo la cultura e i poteri delle varie epoche dal
Rinascimento all’Illuminismo, all’Industrializzazione.
Questo processo è ancora in corso e la figura dell’architetto, nell’epoca postindustriale tende a essere ancora più esclusiva, sotto l’apparenza del tendere a includere, che in realtà è un tendere
a cooptare. Tutto questo produce disastro sociale e politico, perché divide gli esperti, quelli
che “sanno” e “sanno fare” da quelli che non sanno neppure “perché” si fa, e che in questo stato di estraniamento arrivano ad avere perfino difficoltà a interpretare ed esprimere i loro bisogni.
L’istituzionalità della scissione tra esperti e ignari è accentuata dalla pubblicistica
(riviste, giornali, convegni, ecc… di architettura) e dall’idolatria della tecnologia
alta (high-tech). Il mio amico e grande architetto Aldo van Eyck diceva di essere
alla ricerca di una tecnologia “bassa” (low tech) e cioè di una tecnologia capace di
risolvere le più sofisticate esigenze dell’architettura contemporanea, ma anche
capace di sorpassare la concezione lineare e semplicistica di “progresso” alla
quale ancora ci si riferisce e che porta a considerare che una struttura metallica
complessa sia di per sé più significativa di una struttura in mattoni o in legno; che
stabilisce gerarchie e attribuisce valori in un mare di nonsensi, dove si confonde
l’impalcatura retorica col vero significato che vorrebbe sorreggere.
Gli effetti si vedono nel linguaggio, che dal periodo post-moderno in poi tende a
essere collage di citazioni, apparentemente colte e sofisticate ma il più delle volte
incomprensibili a chi non è addetto al lavoro di manipolazione. Diventa così
difficile ogni forma di socializzazione dell’architettura, si impedisce la
partecipazione e si riduce l’architettura a autocontemplazione, isolamento nella
autonomia; e si produce un linguaggio di casta che esclude chi non è nel gioco. Si
smorza l’ansia di scoperta mentre invece è grande il bisogno di tensione, di
energia capace di saltare la citazione per andare “dritti alla cosa”: come aveva
saputo fare il Movimento Razionalista nel periodo eroico. Per uscire dalla sterile situazione di isolamento in cui si trova l’architettura, è
importante che la gente partecipi ai processi di trasformazione delle città e dei
territori ma è anche importante che la cultura architettonica si interroghi su come
rendere l’architettura intrinsecamente partecipabile; o, in altre parole, come
cambiare le concezioni, i metodi e gli strumenti dell’architettura perché diventi
limpida, comprensibile, assimilabile: e cioè flessibile, adattabile, significante in
ogni sfaccettatura.
Dunque io credo che non serve una teoria della partecipazione mentre invece
occorre l’energia creativa necessaria a uscire dalle viscosità dell’autonomia e a
confrontarsi con gli interlocutori reali che si vorrebbero indurre a partecipare. In
Italia l’opposizione alla partecipazione è stata indubbiamente dura, ma questo è
stato anche facilitato dalle posizioni deboli e dogmatiche di quelli che
proponevano la partecipazione come processo meccanico e automatico secondo il
quale basta andare dalla gente, chiederle quali sono i suoi bisogni e poi
trascrivere le risposte in progetti grigi il più possibile. La partecipazione è molto
più di così: si chiede, si dialoga, ma si “legge” anche quello che la vita quotidiana
e il tempo hanno trascritto nello spazio fisico della città e del territorio, si
“progetta in modo tentativo” per svelare le situazioni e aprire nuove vie alla loro
trasformazione. Ogni vera storia di partecipazione è di un processo di grande
impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e eventualmente senza
fine. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche, riconoscere
conflitti e posizioni antagoniste.
E’ difficile che il dialogo si apra subito a una fluente e efficace comunicazione. Ma
quando si raggiungono fiducia e confidenza, allora il processo diventa vigoroso,
spinge all’invenzione, innesca uno scambio di idee che viene continuamente
alimentato dall’interazione dei vari modi diversi di percepire le questioni portate
nel dibattito dai vari interlocutori. A questo punto l’ambiente si scalda e “accade”
la partecipazione, che è un evento non solo intellettuale o mentale, ma anche
fisico, alimentato da calore umano. Man mano che lo scambio si intensifica – e si
assottiglia, si acuisce, si stratifica – l’interazione diventa sempre più stimolante e i
suoi esiti non sono più prevedibili, perché dipendono dagli interlocutori, che sono
sempre diversi e perciò rendono unico il processo-progetto a cui partecipano.
Per questo non esistono ricette per la partecipazione. Se cambiano i partecipanti
e le ragioni per cui si sono incontrati, cambia la partecipazione: bisogna
inventarla e esperirla ogni volta da capo.
Le proposte architettoniche che un bravo architetto riesce a dare nel processo
partecipativo sono senza dubbio personali, e questo non è di per sé un limite; al
contrario è una risorsa. La verifica della qualità dei risultati avviene quando gli
altri, i partecipanti, si riconoscono in quello che l’architetto propone. Accade come
accadeva per tutti – e anche ora per gran parte dei giovani – con la musica. Tutti
suonavano, ma qualcuno era capace di produrre sonorità particolari; e quelle
sonorità a un certo punto venivano riconosciute e diventavano patrimonio diffuso.
Oggi la capacità di condividere ai livelli più alti è molto attenuata, ma io credo che
riprenderà. Non ho mai predetto e non credo che si possa predire il futuro, ma
sono certo che l’architettura non morirà. Lo sforzo di organizzare e dare forma
allo spazio fisico continuerà a essere esigenza impellente e passione umana. Ma
per non morire l’architettura dovrà coinvolgere chi direttamente o indirettamente
la utilizza. Non sarà facile, perché la società è sempre più intricata: infinite sono
diventate le classi, le categorie, i gruppi sociali. Ma questa è la bellezza del
periodo che stiamo vivendo.
G.D.C.

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